- Cos'era
- Un progetto mio, agosto 2026
- Il locale
- CurfewClub, Hongdae, Seoul. Non esiste.
- Cosa c'è dentro
- Il concept, il marchio, tre poster e cinque cose scritte in giro per il locale.

Com’è iniziato
Era uno di quei giorni che, per citare l’immensa Ornella Vanoni, «ti prende la malinconia che fino a sera non ti lascia più».
Per essere precisa, avevo nostalgia di Seoul, delle serate a Hongdae, in giro per i club latini a divertirmi con le mie amiche messicane. Da lì mi è venuta voglia di fare dei poster. Niente brief, niente cliente, nemmeno un nome: è nato tutto un po’ per caso, dalla nostalgia.
Poi, mettendo in fila i tre poster, ho visto che dicevano la stessa cosa: metti giù il telefono e guarda negli occhi chi hai davanti. Che è quello che, secondo me, stiamo smettendo di fare: osservare, notare, lasciarci sorprendere dalla spontaneità di un incontro tra due vite.
Perché esiste solo su carta
Portando avanti l’idea, è venuta fuori una conseguenza che all’inizio non avevo previsto: un locale che va contro gli schermi non può farsi pubblicità su uno schermo senza contraddirsi. Per questo CurfewClub esiste su carta.
La seconda idea è che quello che succede qui non finisce online. Senza telefoni, di quella notte non resta niente. Nessuna storia, nessun video. Solo chi c’era.
I tre poster



Me li immagino come tre notti diverse nello stesso locale, con il neon che cambia colore ogni volta. Il magenta è la firma e resta lo stesso su ogni pezzo del progetto.
Dentro il locale
I poster stanno fuori. Dentro serviva altro, e ho scelto cinque oggetti che si riconoscono prima ancora di leggerli.
All’ingresso ho previsto due possibilità, perché un locale vero deve prevederle: chi lascia il telefono al guardaroba se lo riprende all’uscita; chi invece deve tenerlo con sé — il taxi da chiamare, il lavoro, qualcuno che non se la sente di restare irraggiungibile — entra con la lente coperta. In entrambi i casi, il telefono smette di riprendere.
| Dove | Cos’è | Cosa c’è scritto |
|---|---|---|
| All’ingresso, per chi lo tiene | un bollino sulla lente della fotocamera | EYES ONLY |
| All’ingresso della pista | un cartello di sicurezza | HIGH RISK OF EYE CONTACT |
| Al bancone | il cartellino della password del Wi-Fi | PASSWORD: talktoeachother |
| Nel bagno | l’insegna sullo specchio | THE ONLY SCREEN WE ALLOW |
| All’uscita, per chi l’ha lasciato | lo scontrino del guardaroba | ITEM: one phone · OUT: 05:00 |
Messi in fila raccontano una notte intera: si entra, si balla, si ordina da bere, ci si guarda allo specchio, si esce.






Lo specchio del bagno
È l’unico dei cinque pezzi che non si stampa: è un neon, si accende e illumina la faccia di chi lo sta leggendo.
In un locale, lo specchio del bagno è il posto dove il telefono si alza da solo. È per questo che il pezzo sta lì.
Gli specchi dei locali fanno tutti un complimento. Questo dice you look fine. go back.
Nota sulle immagini: le facce dei tre poster e i cinque ambienti in cui sono fotografati i pezzi sono generati con l’AI. Il marchio, i testi, i cinque pezzi e l’impaginazione sono disegnati.